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Migranti

Di nessun luogo: la figura del migrante tra identità e transculturalità

Il fenomeno della migrazione colloca il soggetto davanti ad un progetto, un progetto esistenziale. È un progetto che possiamo ritenere composto da due di­mensioni: una concreta, di matrice geopolitica che rimanda a leggi ed egemonie economiche oltre che politiche. Il soggetto rincorre strade contraddistinte da beni e prodotti, come alternativa a sistemi sociali in cui prevalgono relazioni chiuse e immobili.
La seconda dimensione è senz’altro più astratta; fa riferimento a fattori psico­logici e culturali. Si fa riferimento al concetto di rappresentazione di sé e dell’altro; l’identità del migrante si struttura su quello che percepisce (e si può percepire) del paese ospitante, della cultura che lo contraddistingue e del benessere che offre.
Di fronte a queste due letture del fenomeno, assume rilevanza una constata­zione: il soggetto che emigra vive una esperienza emotiva intensa, che rimette in gioco l’identità personale profonda.
Il momento migratorio può essere vissuto come un “cambiamento catastrofico” (Grinberg 1990), innescato dall’atto di la­sciare il proprio paese, riattivando sentimenti di perdita, di sradicamento, con con­seguente incidenza sul sentimento di identità. Tale crisi può sfociare in un’autentica catastrofe o, al contrario evolvere in senso arricchente e creativo, una vera rigene­razione in termini esistenziali e psicologici.
Quindi, il “progetto di migrare”, vissuto attivamente e consapevolmente, o passivamente, come spesso si riscontra nella donna migrante che “è costretta” a subire la decisione del capo famiglia, è un cambiamento di notevole portata che costringe l’identità a rivelarsi, così come a mettersi in pericolo. Avviene una perdita totale degli oggetti più significativi ed importanti. Ci si stacca da persone, cose, luoghi, lingua, abitudini, clima, spesso dalla propria professione. Tutti aspetti e parti del Sé che contengono i sentimenti connessi a tali parti di vita. Questi “ele­menti di rottura, separazione o strappo” (Kaes, 1979), espongono l’individuo a fasi di disorganizzazione che, come viene sottolineato da Winnicott (1971), inter­rompono “la continuità dell’esistenza”, che l’individuo affronta sulla base della propria “eredità culturale”. Sempre Winnicott afferma l’importanza che il mi­grante possa soddisfare la necessità di uno “spazio potenziale”, che gli serva da “luogo e tempo di transizione”, fra il paese oggetto materno e il nuovo mondo esterno.

Convegno “Il profugo tra migrazione e speranza, esperienza immaginativa di un’incontro”