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Esperienza Immaginativa, Esperienza estetica, Misticismo

R. Desoille descriveva l’immagine, nella sua definizione più concreta, come risultato di una percezione, a volte prolungata e riportata nello spazio e nel tempo attraverso la memoria. In questo attraversamento nell’Immaginario e nell’introspettività che paziente e terapeuta compiono insieme nel ri-vivere lo scenario dell’Esperienza Immaginativa, si attiva un sentire e un pensare inconscio reciproco che si sviluppa progressivamente in una polisensorialità, origine di rappresentazioni immaginative terapeutiche ma anche estetiche, dove forma, sentimento e simbolo vengono comunicate (dal paziente) in una coappartenenza di corpo e anima, ma anche di Io e Tu (paziente e terapeuta). In questo processo di “ampliamento della coscienza” e di potenzialità creative, la creazione e la verbalizzazione di immagini mistiche da parte del soggetto, in special modo nella fase finale della terapia, rende possibile la realizzazione ultima di una dimensione trans- personale che permette alla coscienza individuale di prendere forma e di integrarsi alla rappresentazione del mondo ( Dufrenne, 1969).

Per parlare di immagine dal punto di vista psicologico, bisogna necessariamente ricondurci al campo filosofico, partendo dalle origini del pensiero occidentale portatore di quel sospetto Platonico che riteneva l’immagine stessa “dannosa” per la vita, per la conoscenza, per la formazione culturale e di conseguenza considerata ambito esperienziale da “emarginare”. Con il tempo, le indagini sul senso dell’immagine hanno portato a molti incroci, le icone, i sogni, le visioni, le opere d’arte.

Per Bachelard, risulta fondamentale liberare nell’uomo quelle immagini dinamiche che guidano in modo privilegiato la dialettica di entusiasmo e di angoscia perché sono le immagini che riverberano la struttura intera dell’essere. Dufrenne sottolinea la “prima funzione” dell’immaginazione, e cioè quella di rendere possibile una teoria della percezione[1], un legame tra spirito e corpo che fornisce schemi per cui un oggetto, una immagine diviene testimonianza di intenzionalità e di coscienza. Spirito e corpo che rendono possibile il lato empirico dell’immaginazione e del suo tentativo di integrazione di una rappresentazione di un mondo.

Nell’ambito filosofico fenomenologico, il processo dell’immaginazione e della creazione dell’immagine vengono spesso concepiti come qualcosa di “provvisorio”, non come un punto di arrivo. Una mediazione destinata a passare che non ha la certezza di proprietà conoscitive, o meglio, una dimensione esperienziale la si può acquisire andando al di là dell’immagine stessa, in una operatività che fondandosi su presupposti invisibili, si confronta con i dati offerti dal visibile, o più in generale dal “percepibile”.

Come ci poniamo essenzialmente di fronte al processo dell’immaginazione? A questa domanda Husserl tenta di rispondere descrivendo due livelli “esperenziali”: descrivendo il processo immaginativo riscontriamo una modalità “memorativa” (intendendo la memoria come facoltà che può influenzare la percezione), e una modalità immaginativa “vera e propria” che si articola sul piano intenzionale ed esperienziale attraverso articolazioni che vanno dall’anticipazione percettiva (percependo un cubo immagino anche le facce che non percepisco), alla costruzione di un oggetto del “come se” (sintetizzo le percezioni passate per costruire un oggetto, un’opera d’arte), sino all’intenzionalizzazione dei “motivi intrinseci” dell’oggetto immaginario. Infatti, un atto percettivo è intenzionato secondo diversi livelli rappresentativi che si orientano verso il significato, la raffigurazione e l’indicazione. A ragione di ciò, un oggetto o un evento possono essere ora simboleggiati, raffigurati, ora intesi verbalmente, o anche immaginati, ricordati e anticipati. Tuttavia, attraverso questi differenti mutamenti rimangono la “medesima cosa” che appare con “diversi modi di presentazione”.

L’immagine impone una “sospensione” proprio perché sospende l’attenzione per i suoi caratteri esistenziali, accresce per così dire, il suo alone e fa comprendere che in esso possono essere coinvolti numerosi processi associativi, in quanto rimane sommamente libera la capacità di volgere lo sguardo, proprio per la singolarità della posizione dell’oggetto.

Con il metodo clinico dell’Esperienza Immaginativa, il soggetto ha la possibilità di “volgere lo sguardo” al proprio interno, al proprio inconscio vissuto come fonte potenziale di un immaginario che diventa esperienza terapeutica e anche esperienza estetica con le caratteristiche tattili, visive, sensibili.

Considerando l’ottica analitica e terapeutica, l’unità psiche-soma viene necessariamente inscritta in una dinamica Io-tu, Io paziente, tu analista e viceversa, in un modo in cui sia l’Io che il tu vengono necessariamente esperiti in entrambi le dimensioni: somatica e psichica. Il percorso terapeutico offre l’opportunità che un evento originario riconosciuto dall’uno come somatico, si riattualizzi e venga contestualmente conosciuto come psichico da parte dell’altro. Se il significato inconscio inerente a un fatto somatico non può per definizione accedere alla coscienza del portatore del sintomo , l’esperienza controtransferale vissuta dal terapeuta può essere elaborata nel modello con l’Esperienza Immaginativa attraverso la somministrazione di uno Stimolo Percettivo che possa favorire, con l’aiuto dell’ Immaginario , lo svelarsi della trama psicosomatica della relazione tra sintomo e paziente.

Dall’Esperienza Immaginativa di un paziente, uomo di 47 anni.



S.P. (Stimolo percettivo) : immagina di aprire una porta

…..(un minuto)…Faccio fatica a vedere…..devo dire…non riesco ad entrare…è aperta, vedo solo bianco….(3 minuti)…(immagina di oltrepassare la porta)…Vedo una stanza vuota , senza niente . Vedo una stanza di qui…di là non vedo anche se è aperta. Mi vedo sempre fuori dalla stanza . Non sono rilassato più di tanto……vedo solo un piano…..Vedo una finestra che da sul balcone…


Nell’invitare il paziente (che chiameremo con nome di fantasia Marco), ad aprire una porta cerco di portarlo gradatamente a prendere contatto con il suo inconscio. Appare subito una azione esitante, incerta, accompagnata da pause nel tentativo di trovare un’energia di attivazione del proprio Immaginario.

Durante la verbalizzazione noto che il paziente gesticola molto con le mani, con le braccia; forse un tentativo compensatorio di esplorazione dello spazio immaginativo visto la difficoltà di farlo con il movimento del proprio corpo. C’è un blocco del movimento che sembra contrapporsi ad un desiderio inconscio di espellere idee e sentimenti dalla sua mente. Questo “faccio fatica a vedere”, e il descriversi in prima persona nella funzione del vedere stesso rimandano ad un distanziamento emotivo e ad una difficoltà di implicazione. L’approccio allo stimolo percettivo sembra più sostenuto da fantasie ideative che immaginative , vengono descritte immagini con scarso contenuto emotivo (Toller, Passerini 2007).

(Immagina di avvicinarti alla finestra)…..sono al 3°- 4° piano, faccio fatica a vedere lontano. Ho lo sguardo sul cortile, erbacce come se fosse un edificio non ancora finito. Vedo un’altra parte del palazzo, come se fosse disabitato, appartamenti vuoti, vedo solo una parte…..Vedo solo una parte del palazzo come se fosse un ferro di cavallo….Sono in periferia, in lontananza un prato…(nc)[2]…….cielo azzurro…..Sembrano palazzi come le speculazioni edilizie descritte al telegiornale. Finito il palazzo basta…..


In relazione allo spostamento, rappresentato dall’invito del terapeuta di avvicinarsi alla finestra, Marco tenta di collocarsi con il proprio Io nello scenario immaginativo, individuando un 3° o 4° piano forse rappresentativi di uno stadio conscio e preconscio dove gli è permesso di prendere visione del proprio inconscio dall’alto:

ho lo sguardo sul cortile, erbacce come se fosse un edificio non ancora finito. (Immagina di vedere la parte del palazzo che non vedi)……..non so, sembra di vedere la cucina, attraverso la porta finestra vedo un triciclo di plastica, la parete esterna sembra piastrellata, sembra una parte più abitata, più in ordine. E’ più bello, più caldo. L’altra parte sembra appena intonacata, appena finita. Vedo solo un piano, il balcone, credo tutto il palazzo. Lo vedo vicino mentre l’altra ala la vedo più distante. Mi sembra dal basso verso l’alto, mi sembra che il palazzo sia abitato, non vedo persone (nc), vedo una grondaia strana.


Nel proseguo dell’Esperienza Immaginativa mi sembra che Marco viva appieno la sua attività percettiva , presentata come momento di incontro e di contaminazione (Fesce 2008), tra lo stimolo sensoriale e le sue risposte neuronali. Le descrizioni che riporta della cucina, dei palazzi, della periferia, riguardano un aspetto di assimilazione della sua esperienza in un quadro composto da elementi cognitivi ma anche affettivi (un triciclo di plastica).

Guardo da una parte….in lontananza…mi sembra di vedere un grosso albero…(descrivi l’albero)…grosso , possente , gran tronco . bello, come è fatto (nc)……un albero che dà l’idea di stabilità. C’era prima del palazzo (nc)…..quest’albero è molto vicino al palazzo…(nc)….sembra trasformato in cipresso..


Marco, attraverso la simbologia dell’albero e soprattutto nella descrizione del tronco, sembra mi proponga un’immagine di sé in un primo momento improntata e verbalizzata alla stabilità, seguita poi però da una ricerca di un affiancamento (l’albero molto vicino al palazzo) e ad un’ immagine che rimanda ad un contenuto depressivo: il cipresso come albero che spesso “appare” solo, la sua cuspide verde orientata verso l’alto rimanda a possibili e misteriose corrispondenze al silenzio dei cieli. Per queste sue caratteristiche di severità e , possiamo anche dire di spiritualità , il cipresso è stato scelto fin dai tempi antichi come simbolo della tematica che più fa meditare gli uomini: il dolore.


C’è un sole fioco in lontananza, non è un tramonto…è una luce fioca . Luce nascosta dalla foschia…..Cima di una montagna spruzzata di neve , ripida.


Marco, attraverso la sua narrazione, è intento a costruire il proprio senso degli eventi con i particolari significanti del suo paesaggio, la luce fioca, la foschia , la montagna ripida e l’accenno alla neve. Sono sequenze immaginative che descrivono un paesaggio di natura in senso stretto, privo cioè di qualsiasi segno del passaggio e della permanenza umana. Percepisco il tentativo di un’astrazione, dove in questa mediazione tra cultura e natura, il paziente compie un iniziale sforzo introspettivo in una “limitatezza delle emozioni” ma , proprio perché limitate, sono emozioni che non richiamano alla chiusura, ma ad una legittimazione del tempo che è il tempo stesso della natura.

Marco ha descritto un paesaggio attraverso un Immaginario che sembra richiamarlo ad emozioni conosciute , a un “sentirsi a casa propria nel mondo” (Jauss 1972),dove l’universo cheabbiamo davanti a noi è quello che l’artista deve rappresentare e tale sensazione-percezione mi riconduce esteticamente alla corrente impressionistica. L’Impressionismo , come corrente artistica , sostenuta dalla componente letteraria del Romanticismo, intorno ai primi anni 70 dell’ottocento, tenta di infondere un nuovo sentimento nella rappresentazione, introducendo soggetti paesaggistici, con caratteristiche di toni chiari e tocchi vibranti, in un rifiuto di uno stile preordinato ma con la volontà di cogliere l’essenza emozionale.

Forma, sentimento, simbolo formano nell’esperienza Immaginativa riferimenti esplicativi di una coappartenenza di corpo e di anima , a sensazioni di soddisfazione ma anche di fatica, di emozioni intense, uno smarrirsi e un ritrovarsi reciproco tra paziente e terapeuta in una dimensione spesso dinamica e vorticosa. Questo bagaglio esperienziale possiamo anche considerarlo un effetto della ricerca di empatia nelle sue varie declinazioni.

Aristotele nella Poetica parlava della capacità dello spettatore di immedesimarsi nelle tragiche vicende rappresentate sulla scena , che dovevano suscitare in lui pietà e timore : pietà perché chi cade in disgrazia non lo merita, paura perché lo spettatore gli somiglia , il tutto in una catarsi e purificazione delle passioni . In tedesco ritroviamo il termine Einfühlung che in italiano viene tradotto come consenso , immedesimazione , empatia. In francese lo vediamo ripreso con i termini sympathie, symbolique, in inglese empathy[3]. Se si guarda al tedesco Einfühlung, si ritrovano la dimensione del pathos, dell’affezione emotiva; quella del processo di proiezione o introduzione; infine quella della comunione, immedesimazione o identificazione. Il termine è composto da Ein- prefisso che indica il , l’interno, e un movimento dal di fuori al dentro (hinein), di penetrazione, immissione o introduzione; ma anche l’unità, il con-venire in uno dei due, e Fuhlung, da fuhlen , sentire, nel senso di sentire non tanto una sensazione (Empfindung),ma un sentimento(Gefühl).L’ambiguitàdel prefisso Ein (introduzione ad una interiorità , ma anche unità) ha portato l’elaborazione teorica ad esplicitare le due valenze fondamentali dell’Einfuhlung: Il movimento che parte dal soggetto per dirigersi all’interno dell’Altro (dell’altro soggetto, dell’essere umano estraneo), secondo una struttura polare duale; il processo di annullamento di tale alterità , del dualismo , della polarità ; il farsi uno di due , proprio in virtù di quel movimento che diviene im-medesimazione.

Nell’esperienza Immaginativa, si ha spesso la consapevolezza di uno stato di sensazione indiretta, di vedere la posizione del corpo attraverso una accettazione passiva ed inconscia di stimoli visivi , ricercando attraverso un criterio di similarità un riadattamento del proprio corpo e della propria postura. Il toccare nell’immaginario, unito all’esperienza del muoversi, riconduce ad un’esperienza di empatia motoria o agente. Vischer (1847-1933), definisce il toccare come un guardare da vicino e il vedere come un toccare da lontano. Affrontare il “sentimento ottico” significa innanzitutto rendersi conto dell’impossibilità di isolare un ambito sensoriale dall’altro. I sensi del terapeuta e del paziente entrano in un reciproco vicariarsi, destinando al proprio corpo e a quello dell’altro il senso delle sensazioni vissute. Mi sembra anche di ritrovare il concetto dell’Intersoggettività (Martin M. Buber 1878-1965): i due soggetti insieme che creano, si preservano organizzandosi nella continuità. L’empatia è caratterizzata da una circolarità tra anima e corpo. Theodor Lipps (1842-1906), sostiene: “osservo che esiste un termine che sembra indicare la stessa cosa designata dal termine Espressione, ossia il termine Empatia”,(Einfühlung). Un gesto empatizza gioia o tristezza, le forme di un corpo empatizzano forza o salute, un paesaggio uno stato d’animo (Stimmung). Quindi “l’empatizzare” coinciderebbe con il termine “espressione”, e allora ci poniamo il quesito del perché non usare quest’ultimo come rappresentativo della tematica oggetto di dibattito. Il concetto di “espressione” è più ampio di quello di “empatia”: “è plurisemantico e appartiene di conseguenza a diversi orizzonti del sapere. Lo si ritrova in matematica, geometria, poesia, pittura, arte, filosofia, in modi molto differenziati” (Franzini 2005). L’Einfuhlung come Espressione viene rivisitata dai gestaltisti che la considerano non solo limitata all’umano ma al contrario, è pensata originariamente per l’oggetto artistico. Trattandosi di sentimenti, emozioni, passioni, quando ci si riferisce agli oggetti sorge un problema: come concepisco che il paesaggio mi esprime uno stato d’animo? Poiché gli oggetti, a differenza dei soggetti, non hanno sentimenti emozioni e passioni, come facciamo a rinvenire stati d’animo negli oggetti stessi? Fermo restando che le emozioni appartengono al soggetto, l’anello di congiunzione viene identificato nel meccanismo della “Proiezione”; è il soggetto che proietta il proprio stato d’animo nell’oggetto:“dal punto di vista psicologico, la questione è che i sentimenti che appartengono al mio io mi compaiono davanti immediatamente, scavalcando il mio io, come appartenenti all’oggetto, dunque come proiettati all’esterno a partire da me.” (Volkelt, 1927). Citando ancora Robert Vischer, , l’iniziatore dell’Estetica dell’Einfuhlung che ha affermato:“si tratta di un trasferimento inconscio della propria forma corporea e quindi anche dell’anima nella forma dell’oggetto. Da ciò ho derivato il concetto che ho nominato ( Vischer , 1873).

Quindi l’immagine è rappresentazione e la rappresentazione è, empaticamente parlando, un atto dello spirito attraverso cui noi interiormente ci poniamo di fronte un qualcosa che in precedenza esisteva solo come un oscuro contenuto delle nostre sensazioni, contrassegnandolo in forma intuitivamente sensibile. Considerandolo atto di spirito unito essenzialmente ad un atto del sistema nervoso centrale, si comprende l’unità di corpo e anima. Nell’esperienza Immaginativa il soggetto si “sottopone” a variabili intervenienti: ereditarietà, neuropsicologia, modelli primari di attaccamento, miti e ruoli famigliari, relazioni significative, eventi di vita, storia e cultura. Viene a contatto con la sua dimensione più profonda del proprio Sé e quindi del proprio spirito, inteso come “fare esperienza” nell’immaginario di una possibile dimensione mistica che contribuisce ad accrescere la sua coscienza.

Dall’esperienza immaginativa di un pz: SP Immagina di sentire una musica incomprensibile

Vedo una musica incomprensibile, si manifesta con una scia luminosa, come un gomitolo, mi crea confusione. C’è polvere, confusione…la confusione sopraffà la musica, cade l’immagine…(immagina di tornare alla scia luminosa)…si la vedo , la musica la sento in lontananza…(tu dove sei?)…sono qua sopra, non vedo il mio corpo in alto, sto volando. Non sento niente, solo la musica in lontananza, sto seguendo la scia luminosa, faccio molta fatica come se non riuscissi a fare niente, ma poi mi accorgo che mi sto muovendo, è la fascia di luce che mi trasporta, sento piano piano che mi dà calore, è energia. Adesso la musica la sento sempre più forte (che sensazioni ti dà?), è una musica mai sentita, credo qualcosa di spirituale, calma ma intensa…(adesso dove sei?)…sono sempre in quest’atmosfera, volo, a volte mi sembra di essere fermo, bloccato, vorrei fare di più ma non riesco…(che cosa vorresti fare di più)…aiutare gli altri, essere di aiuto ma poi mi accorgo che sto male io e non ce la faccio, mi prende l’ansia e mi blocco. Vorrei che mi passasse quest’ansia…(pensi che la musica che senti ora ti possa aiutare?)…ci provo…la riconosco…sembra un pezzo barocco, sento il clavicembalo…

Stato d’animo:..stanco anche se piacevole, rilassante. La luce attirava ad entrare nella scia ma avevo l’ansia di non sentire il corpo…chissà com’è sentirsi in spirito..

Tornando alla tradizione filosofica si evince che il termine immagine rimanda, come già affermato a quello di “rappresentazione”. Il “vedere una musica” richiama ovviamente alla rappresentazione sensibile che, così come sostiene Wunemburger nella sua Filosofia delle immagini, è una rappresentazione cui le sue specificazioni risulteranno sempre connesse alla diversità delle fonti sensorie e dei canali corporei di riferimento.

Nel Rêve-Eveillé (E.I.) Desoille affermava che i fenomeni aerei di salita, di ascensione, di sublimazione, sono vere e proprie lezioni di psicologia ascensionale, non semplici immagini metaforiche. Nella lingua italiana le espressioni “sono su”, “sono giù”, per esprimere entusiasmo o angoscia, così come “mi è crollato il mondo” per esprimere delusione, “sono caduto in basso” per esprimere vergogna, non sono semplici modi di dire vuoti di riferimento, analogie evocative. Le immagini dinamiche di altezza richiamano la dialettica di entusiasmo e di angoscia, le quali si ricollegano alla dimensione di verticalità corporea dell’essere umano che è anche verticalità spirituale e mistica.